Nel cuore dell’amazzonia boliviana in zattera

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Viaggiare è l’arte di arrangiarsi, ci si allontana dalla certezza e dalla noia data dagli schemi abitudinari comuni per avvicinarsi all’avventura della vita vissuta giornalmente, dove ogni giorno rappresenta una nuova esperienza.

Hai mai pensato di costruirti una zattera, fatta di legno, corde e pneumatici, per attraversare uno dei luoghi più ostili della terra? Questa è l’impresa che ho deciso di compiere, insieme alla mia ragazza, nel giugno 2015 in Bolivia.

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Da Guanay a Rurrenabaque

L’Amazzonia, una delle regioni più ostili che esistono sulla terra. Fauna e flora regnano incontrastate mentre l’essere umano è solo un ospite, spesso neanche troppo gradito. Le condizioni climatiche rendono l’adattamento ancora più complesso poiché il caldo è asfissiante e le piogge torrenziali. Vivere in queste zone è pressoché impossibile, solo nelle aree meno selvatiche si possono trovare alcuni insediamenti d’indigeni locali. Il mio obiettivo nel visitare questo luogo? In primo luogo capire fino a che punto sia realmente invivibile, dopodiché mettermi alla prova cercando di sopravvivere per sei giorni in queste condizioni, lontano dalla civiltà, con il solo aiuto di un autoctono.

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Organizzare un viaggio insolito e fuori dal comune nel cuore dell’amazzonia non è cosa semplice. Ma l’intraprendenza mi ha portato a conoscere la sola agenzia che organizzasse una spedizione nel cuore dell’amazzonia, la Deep Rainforest. Sei persone più la guida (un vero e proprio esperto del luogo) pronti ad attraversare in circa 6 giorni l’amazzonia a bordo di una zattera, da Guanay a Rurremabaque, percorrendo 240km in totale tra rapide e correnti, di cui 106km sul Rio Kaka ed i restanti 134km sul più conosciuto Rio Beni.

Affascinato dall’idea ho deciso, insieme alla mia compagna, di accettare la sfida.

Ma ancora prima di cominciare ci attende un’altra prova, raggiungere Guanay a bordo di un bus sgarrupato partendo da La Paz. La strada è a dir poco dissestata e per nulla rassicurante, ma è l’unica soluzione. Il bus si inerpica senza sosta tra le strade di montagna dandoci l’impressione di essere sulle montagne russe. Per nulla rasserenati cerchiamo invano di dormire ma dopo lunghe ore di attesa arriviamo finalmente a destinazione.

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Nel cuore del villaggio di Guanay sorge la modesta casa di Rubén, la nostra guida, abitata più da animali che da persone, dove veniamo accolti con grande calore. L’obiettivo principale della mattina è costruire la zattera (si siamo noi a doverla fabbricare!), sulla quale navigheremo i prossimi giorni. Sin dall’inizio vediamo in Rubén un vero e proprio esperto e seguiamo attentamente i suoi consigli fino a che il nostro “panfilo” è pronto. Un’accozzaglia di legno, corde e gomme costituiscono la base, ed i nostri zaini avvolti in grosse buste di plastica i sedili. Il Rio kaka ci attende. La squadra è pronta, il morale altissimo e l’avventura comincia.

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Dal momento che il “raft” è in acqua pendiamo dalle labbra della nostra guida. Per la maggior parte del tragitto è lui che si occupa di remare per andare nella giusta direzione, ma quando ce lo domanda noi dobbiamo farci trovare pronti se non vogliamo derivare e sbattere sulle rocce distruggendo così la nostra “solida” imbarcazione. Capiamo sin dall’inizio che questi sette giorni saranno un ritorno alla preistoria, ci faremo trasportare e cullare dal ritmo delle onde, ascolteremo il rumore della foresta, pescheremo e rideremo tutti insieme in allegria, e lasceremo da parte lo stress generato e impostoci con la forza dalla società moderna.

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Ormai siamo partiti, Guanay è alle nostre spalle e cominciamo la navigazione sul Rio Kaka spinti dalla corrente. Ammiriamo il paesaggio mentre procediamo, volteggiando in alcuni momenti su noi stessi. Il relax è assicurato, la velocità moderatissima ed abbiamo tutto il tempo per parlare, leggere e ascoltare la natura circostante. L’unica nota dolente sono i cacciatori d’oro che, per i primi due giorni, ci rovineranno il paesaggio poiché sono onnipresenti sulle rive del fiume. Dopodiché ogni segno di civiltà sparirà nel nulla, e noi attendiamo ansiosamente questo momento.

Fino a quel punto collaudiamo il team e cominciamo ad organizzarci per remare, così alla prima rapida, il capitano ci chiama e noi rispondiamo subito presenti: tutti a pagaiare meno che le due ragazze al centro. Il raft volteggia su sé stesso mentre procediamo tra le rapide, sballottolati da una parte all’altra riceviamo spesso delle secchiate d’acqua come per ricordarci di non abbassare la concentrazione. Grazie ai consigli della guida abbiamo però provveduto a riparare i nostri vestiti all’interno degli zaini avvolgendoli in biste di plastica ermetiche.

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Il tempo ci assiste ed il sole splende il giusto per asciugarci e riscaldarci quando ne abbiamo bisogno. Il giorno scorre veloce e noi siamo in pace con noi stessi e con l’ambiente circostante.

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Una delle sfide più grandi è resistere agli sciami invisibili delle “maribeu”, piccole mosche di sabbia o d’acque che ti succhiano il sangue come sanguisughe. Eravamo stati avvertiti che a partire dal secondo giorno, quando la foresta si sarebbe infittita, avremmo dovuto portare vestiti lunghi per coprire bene ogni parte del corpo. Ma io ho commesso il grave errore, durante la prima pausa pranzo, di farmi il bagno e restare in costume costume troppo a lungo. Se sul momento non sentivo nulla, la sera il prurito cominciava a manifestarsi, così come le bollicine che mi riempivano la schiena ed i piedi. Ma un magnifico falò in riva al fiume sotto un cielo stellato ha avuto su di me un effetto analgesico, permettendomi di constatare quanto possa essere belle la natura!

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La mattina dopo già noto che qualcosa non va, i miei piedi cominciano a prendere una strana forma, si sono gonfiati, così come le mie mani. La sensazione non è ancora troppo accentuata così lascio perdere e non dico niente a nessuno.

Più il tempo passa e più il gonfiore aumenta e all’ora di pranzo i miei piedi sembrano deformi. I miei amici australiani mi guardano e tra il riso e la presa in giro sentenziano: “cankle”. Questa simpatica definizione è l’unione di due parole, calf (polpaccio) e ankle (caviglia) che descrive perfettamente la mancanza di forma della parte inferiore delle mie gambe. Rubén mi conforta dicendomi che è una piccola allergia che colpisce noi viaggiatori europei, e c’è chi ha di peggio. Da ora in avanti la mia tenuta sarà pantalone di lino lungo e calzini sopra il pantalone per coprire tutti gli accessi alle gambe, e durante la navigazione terrò i piedi nell’acqua. Ma i piedi sono talmente gonfi che già la seconda notte comincio ad avere dei problemi nel mettere le scarpe. 😛

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Ogni giorno l’obiettivo è percorrere una determinata distanza per giungere a destinazione secondo il tragitto previsto. Ma Rubén ci sveglia sempre quando la colazione è pronta e noi, tra il mangiare, lo smontare le tende e il rifare gli zaini siamo sempre in ritardo. Più gli chiediamo di svegliarci prima che tutto sia pronto e più lui ride e non lo fa. Ma questo fa parte del suo carattere e a noi ci piace così.

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Navigare con Rubén è veramente rilassante, è una guida eccezionale. Conosce la foresta come le sue tasche e raramente ti senti in pericolo. Prevede le condizioni meteorologiche meglio di chiunque altro e qualora annuncia un cambiamento in arrivo, questo non tarda mai ad arrivare.

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Di tanto in tanto ci porta ad esplorare po’ la giungla raccogliendo e mangiando sul momento noci di cocco, platani e cacao.

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Lasciare la scomodità della zattera per avere la terra ferma sotto i piedi ogni tanto è rigenerante ma, l’attacco delle “maribeu” ti fa passare subito la voglia e, per come la vedo io, si sta meglio in movimento. Tutto si svolge in perfetta tranquillità. Solo i miei piedi continuano a gonfiarsi e rendono i miei movimenti piuttosto ingombranti ed elefanteschi.

Le ore passano, ci mangiamo kilometri su kilometri e capiamo veramente il significato delle parole calma e relax. Ci godiamo la natura.

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Mentre chiacchieriamo ed ascoltiamo le spiegazioni di Rubén ci dedichiamo alla pesca, con sughero, filo ed amo. Le nostre esche sono alcuni pezzi di pollo ed i piccoli pesci che a mano a mano catturiamo. Per via della nostra inesperienza all’inizio l’attività è un vero fallimento e le rare volte che prendiamo un pesce, nel tentativo di toglierlo dall’amo, ci scivola spesso tra le mani cadendo nuovamente in acqua, mentre Rubén se la ride sotto i baffi.

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Arriviamo alla quarta notte e ci accostiamo a riva quando ormai è già buio. La spiaggia è piena di ragnetti e per cambiarsi è l’inferno. Aiutandoci vicendevolmente riusciamo nell’impresa e lasciamo i vestiti bagnati, come d’abitudine, a seccare sulle rocce nella speranza di non ritrovarci l’indomani qualche simpatico amichetto. Come ogni sera dobbiamo fare il fuoco ma l’isola non offre legni secchi e dopo più di un’ora usciamo sconfitti dalla battaglia. Consumare la cena al chiaro di luna significa perdere la sicurezza che deriva dal calore e dalla luce del fuoco, così come un repellente naturale per gli insetti. Il fuoco è la base della sopravvivenza in ambienti così ostili, ma per una volta dovremmo farne a meno.

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Il quinto giorno è il peggiore, su di noi si abbatte un temporale incredibile.

Siamo in mezzo al fiume ed alla giungla e trovare riparo, anche qualora ci accostassimo ad una riva, sarebbe impossibile. Prendiamo vere e proprie secchiate d’acqua e ci ritroviamo completamente fradici, dalla testa ai piedi. Più andiamo avanti, più vento e pioggia ci attanagliano facendoci congelare dal freddo. Le previsioni secondo Rubén non sono rosee ed esiste un’alta probabilità che continui a piovere fino a sera. Campeggiare in queste condizioni demoralizza il gruppo così Rubén ci offre una possibile soluzione, continuare senza soste provando a raggiungere l’accampamento dei militari chiedendo un posto letto nelle loro capanne. Il tragitto è lungo e non abbiamo la certezza di raggiungerlo prima che faccia buio ma ovviamente tentar non nuoce.

Per avere una speranza di arrivare in tempo dobbiamo saltare la camminata all’interno della giungla. Si apre un dibattito vinto dalle tre ragazze che si mostrano piuttosto decise nel lasciar perdere tutto e sperare di raggiungere il campo per avere un riparo. Pioggia e vento continuano a torturarci e noi infreddoliti e con i brividi cerchiamo di aiutare Rubén pagaiando il più possibile per tenerci un poco in movimento.

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Inaspettatamente, nel tardo pomeriggio, s’intravede un bagliore ed il tempo comincia a migliorare. A poco a poco i raggi di sole cominciano a riscaldarci riattivando in noi l’entusiasmo svanito pocanzi.

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L’ultima notte sarà memorabile, sbarchiamo su una lingua di sabbia perfetta per il campeggio e la tempesta lascia spazio ad un tramonto incredibile, e noi ce lo godiamo davanti ad una cena di pesce, miracolosamente pescato da Rubén dopo aver raggiunto la spiaggia, riscaldati dal fuoco.

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Il gruppo è ormai collaudato e l’ultima mattina siamo pronti a partire prima che Rubén abbia finito di prepararci la colazione. Ci gustiamo gli ultimi momenti prima di prendere la zattera per l’ultima volta e, ricomincia a piovere. Giusto il tempo di salire a bordo. Questa volta eravamo preparati e siamo riusciti a metterci le giacche antipioggia per proteggerci al meglio. L’ultima giornata scorre senza grandi avvenimenti fino all’arrivo a Rurrenabaque, dove ci aspetta una lunga camminata per trasportare tutta l’attrezzatura fino al nostro alloggio. Il tempo di andare a pranzo e Rubén svanisce, con la scusa di mettere a posto il raft, per incontrare la sua amante, ed io posso finalmente comprarmi i medicinali per alleviare il gonfiore dei miei piedi, ormai due vere e proprie salsicce.

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È stata un’esperienza fantastica, un vero e proprio ritorno all’antichità. Lontano da agi e tecnologia siamo stati catapultati in un ambiente ostile e selvatico dove la sopravvivenza dipendeva solo da noi e dal nostro amico autoctono.

Una settimana che mi ha dato e mi ha insegnato tanto, a livello umano.

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Curiosità del luogo

  • Ci è stato riferito che è in corso un progetto devastatore. Una diga enorme sarà costruita e devasterà completamente questa bellezza selvaggia e naturale, creando un allagamento tale da sfrattare anche gli indigeni presenti. La ragione? Necessità di energia. Potere e denaro cercano ancora una volta di opporsi e cancellare le poche zone preservate del nostro pianeta. La diga è stata approvata da 8 anni, ma i lavori ad oggi non sono mai cominciati.

  • Il viaggio da noi fatto non è possibile in senso inverso. Solo in rari casi, quando i residenti locali devono riportare alcuni beni in città, ripercorrono il fiume a ritroso pagando una tasse alle comunità presenti. Ma i turisti non sono ben accetti.

  • Per tre mesi all’anno questo tragitto non è percorribile poiché durante la stagione delle piogge il fiume devasta le aree circostanti. Per gli indigeni diventa una vera e propria lotta alla sopravvivenza.

  • Una volta ogni quindici anni le piogge sono talmente violenti che la foresta amazzonica è devastata. L’ultima volta risale al febbraio 2014 ed ancora si vedono i resti dei danni arrecati dall’esondazione del Rio Beni. Gli indigeni scappano sulle montagne cercando di sopravvivere con aiuti locali e molti animali periscono.

  • Spesso alcune case sono distanti almeno 4-5 ore a piedi dal primo villaggio.

  • Alcuni uomini vanno a lavoro percorrendo il fiume su dei pneumatici, spinti dalla corrente e remando con le loro ciabatte.

  • Indigeni vivono tra di loro, i turisti non sono ammessi. Vivono di incesti, e le poche famiglie contano tra le otto e le venti persone.

  • I ricercatori oro quando trovano un buon posto lavorano giorno e notte, per non farsi rubare il punto. Cercano i tesori Inca che, secondo alcune leggende sono sepolti in quest’area. Si dice che alcuni gruppi ne hanno già trovato una parte, ma nessuno lo dice perché il tesoro è di proprietà dello stato.

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